La mia vita è stata un viaggio.
Sono vecchio ora, e così pieno di ricordi, alcuni dei quali non so neanche se siano reali o soltanto frutto dell'immaginazione di una mente stanca come il corpo.
Ho visto i posti più belli del mondo, conosciuto gente che non sapevo esistesse.
Per non parlare poi degli animali dalle forme più strane, dai colori pù belli.
Mi sono incoronato Re di ogni città per cinque minuti.
Ho sovrastato Parigi dall'alto di Notre Dame, osservando quei piccoli puntini impegnati a dar vita ad un caotico e continuo movimento, le persone.
Sulla punta dell'Everest ero Padrone del mondo, le cementificazioni umane parevano alveari, perfino attraverso le lenti del mio binocolo.
Sono stato Dio per una sera, ho parlato con gli Spiriti del Popolo Sioux, in America.
Ora, che faccio a stento quattro passi nel giardino di casa mia, ho capito la maledizione.
La vista non mi ha mai permesso di diventare anche solo una delle cose che ho scritto, nè un Re, nè il Padrone del mondo, nè Dio.
Non ho mai toccato quei piccoli puntini, non ho assaggiato il miele degli alveari e non sono più tanto sicuro di aver parlato con gli Spiriti.
Visioni troppo lontane.
Non ho mai visto il mio naso, che si trova appena sotto gli occhi.
Esistono gli specchi, è vero, ma non servono la mia vanità.
venerdì 29 giugno 2012
giovedì 28 giugno 2012
LUOGHI AFFOLLATI
In un luogo affollato,
scambiai le voci della gente con
un leggero e penetrante brusio.
Chinai la testa come un ubriaco
in cerca di se stesso, la voglia di
silenzio andò a sostenere
l'improvvisa pesantezza.
Liberi e mai stati così deboli,
vagarono senza una meta,
i miei pensieri.
Una lacrima si espanse sul
dorso della mia mano come
una bruciante immagine della mente,
lasciando piccoli vuoti di felicità.
lunedì 25 giugno 2012
IL TEMPO DEGLI SPECCHI
Legato ad una terra più fragile
di un respiro, lascio sciogliere
i miei colori, espandendoli in
un piccolo campo di sterpaglie.
Li vedo scorrere giù per le
gambe, lenti come la corrente
di un fiume immenso, accucciati,
ora, ai piedi di una vita che non
è già più mia.
E' il tempo degli specchi,
così veri nella loro natura,
falsi come l'immagine riflessa
da un vetro frantumato.
Etichette:
il tempo,
l'uomo,
la fragilità,
lo specchio
venerdì 22 giugno 2012
ALLA DONNA
Apro gli occhi e ti scopro addormentata,
col viso rivolto alla finestra, dalla quale
spuntano i primi, deboli raggi di un
sole non ancora nato.
Così, come un bisognoso animale da
compagnia, annuso una ciocca dei
tuoi capelli con la delicatezza che
si deve usare con il più fragile e
delicato tra i fiori.
Prossimo a partire, è calmo il respiro,
pesante il cuore.
Gli occhi intorpidiscono di fronte al solo,
vitale desiderio di restare.
Guardando fuori, saprai che laggiù,
oltre la tua finestra, ti sto amando.
Mi sento lontano, anche nell'attimo che
separa la mia veglia dal tuo sonno.
giovedì 21 giugno 2012
LE PAROLE DELLA GENTE
A voi mi rivolgo,
così fini, così subdole
nella vostra invisibilità.
In volo, come insulsi
parassiti attaccate alle
spalle, erodete con la
lentezza dell'agonia le
poche mura rimaste.
Partorite troppo velocemente,
all'ombra di un giorno
che non ricordo.
La gente, sfiancata, cammina
piegata su se stessa.
Cieca di fronte all'uomo,
resa sorda dagli scherzi
della memoria.
domenica 17 giugno 2012
SOLTANTO UNA GOCCIA
Quel maledetto amore che
risveglia l'attimo triste,
a lui va il mio pensiero,
a lui il mio cuore.
Del suo nettare, bevo
soltanto una goccia,
inebriante come l'emozione
più pura, e la più scandalosa.
Erranti desideri guidano i
miei lenti e nomadi passi.
Quel maledetto amore,
più forte ogni giorno che passa,
così fragile nella sua fierezza.
martedì 12 giugno 2012
QUEL LEGGERO AMORE
Adagiato dolcemente a terra
da un venticello che preme le
corde del cuore, mi scopro il viso,
segnato da un livido indolore.
I miei pensieri, schiavi di quel
leggero amore, muovono la
passione con l'impeto di una
mosca nella ragnatela.
Vedo tante strade da prendere,
e le nuvole sopra di me danno
una forma al passare del tempo.
Con la stessa leggerezza di cui
è composto, il venticello mi riporta
i tuoi sorrisi e ogni tua lacrima,
rendendomi così magnificamente
pesante.
lunedì 4 giugno 2012
L'UOMO E IL GUFO
Se lo ricordava bene quel giorno, la mattina del suo primo volo, la prima volta fuori dal nido.
Fu molto breve il tragitto, quasi un saltello da un ramo all'altro dell'albero.
Abbracciava quel pensiero ogni volta che si sentiva annoiato, imprigionato nelle abitudini che la vita gli imponeva.
Il gufo aveva ormai imparato a volare, conosceva talmente tanti trucchi che non sentiva nemmeno più le correnti d'aria che andavano a sostenerlo, le sfruttava inconsciamente, perdendosi il gusto di farlo.
Questa è la grande pecca dell'abitudine, il piacere che svanisce piano piano.
Un pomeriggio, mentre era in cerca di qualche topino da mangiare, il gufo sentì una fitta all'ala destra, un dolore molto forte prese il sopravvento.
Si sentì cadere, come mai gli era successo prima.
Non riusciva più a volare, la sua leggerezza non gli impedì di cadere a terra, in mezzo agli alberi di quel bosco che era la sua casa.
Mentre cercava di capire cosa fosse successo, si trovò davanti un uomo con un lungo oggetto tra le mani, un oggetto che sapeva far molto rumore.
L'uomo, con molta tristezza, raccolse il gufo da terra e gli esaminò l'ala ferita.
Poi disse.
"Mi dispiace tanto piccolo gufetto, non avrei mai voluto colpirti. Ti ho scambiato per un fagiano, di cui mi nutro e vado ghiotto. Ti porterò a casa mia, dove potrò proteggerti e curarti nel migliore dei modi, e ti libererò quando sarai guarito completamente."
Il gufo, ancora spaventato, accettò la proposta dell'uomo, fidandosi del suo buon cuore.
Venne messo in una gabbietta, curato ogni giorno, nutrito a sufficienza per fargli recuperare le forze.
Eppure non era felice, sentiva la mancanza del suo mondo, del bosco, del vento, del cielo in cui volava.
Soprattutto, ebbe modo di accorgersi dei grandi limiti della libertà dell'uomo.
Non riusciva a comprenderli nel profondo, ma vedeva, negli occhi di chi lo stava curando così amorevolmente, la stessa noia e il bisogno di fuggire che egli conobbe così bene, tanto tempo prima.
Si rivolse all'uomo.
"Ma perchè bramiamo così tanto la libertà?
Non esiste concetto più stupido.
Tanto, ci rinchiudiamo da soli nei riti e nelle abitudini che ci rassicurano, e ci dimentichiamo di vivere per la paura di perdere tutto, anche noi stessi".
L'uomo ascoltò, e sentì, in quelle parole, il racconto di una vita.
Poi rispose.
"E' vero, hai ragione.
La libertà è qualcosa di talmente grande che viene difficile pensarla o immaginarla in una volta sola.
Ci vuole tempo per sognarla e per imparare a trattarla con delicatezza.
E' bella proprio per questo, penso.
Ricordati che ci è consentito varcare i suoi confini soltanto con la fantasia!
La noia e l'abitudine rappresentano il prezzo da pagare per godere di ciò che abbiamo.
Quando sarai pronto a spiccare il volo, mi piacerebbe che portassi con te uno dei miei occhi.
Sapresti ciò che proverebbe un uomo se potesse volare.
Tu, in cambio, potresti donarmi la tua penna maestra.
Così, se mi venisse voglia di fuggire, potrei puntarla verso il cielo, e, ad occhi chiusi, volare via".
Iscriviti a:
Post (Atom)