Era una giornata come le altre per gli abitanti delle acque del Ceresio.
Solo un'altra giornata vissuta nel dubbio che contraddistingue la noia della preda e del predatore.
Un lavarello nuotava annoiato al centro del lago, in superficie, incurante dei falchi in caccia.
Non aveva mai conosciuto i propri limiti, poichè mai si era spinto oltre la propria tana.
Decise di provare.
Voleva avvicinarsi alle montagne, dove le acque sono più chiare.
Durante la breve gita, incontrò uno strano pesce che gli rivolse uno sguardo appena stupito.
Era una grossa trota che portava ferite fresche sulla livrea argentata.
" Chissà cosa aveva da guardarmi così"-disse il lavarello, per nulla intimorito-"Le trote sono codarde, si sa.
I deboli non parlano".
Era ormai arrivato, si diresse verso alcuni confortevoli canneti.
Mentre si godeva il meritato riposo, orgoglioso di se stesso, il lavarello vide avvicinarsi un'ombra sempre più grande.
Era il Re del Ceresio e di tutti gli altri laghi, padrone delle acque basse, il luccio.
"Cosa ti ha portato qui, arrogante pesciolino?"-disse il luccio-"Non sai chi sono, evidentemente".
"E' vero, non so chi tu sia, ma posso affermare tranquillamente che questo lago non è tuo".
Rispose il lavarello.
"Io vivo qui, pero'."-disse ancora il luccio, poi aggiunse-"Non discuterò ancora con te, piuttosto dimmi se da queste parti hai notato una trota ferita, mi è scappata per un soffio".
"Si! L'ho vista da poco, gironzolava con aria triste e bastonata, come una povera e debole creatura".
Il luccio rimase in silenzio, fissando il lavarello.
Poi prese parola.
"Cos'avrebbe mai dovuto fare una trota di fronte a me, se non cercare con tutte le sue forze di mettersi in salvo? Già ci sono i forti a parlare fin troppo.
Mi accontenterò di un misero pasto oggi".
Il lavarello si trovò ben presto tra le fauci del luccio, che attendeva un'ancor più misera digestione.